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VEROLI, IL PRESIDENTE STIRPE: “L’ISCRIZIONE, ROULETTE RUSSA: NOI SIAMO PRONTI. IL TECNICO? IL 19 LO PRESENTIAMO. LA B FARA’ CAUSA PER RIAVERE I PROPRI SOLDI. LA PIU’ GRANDE GIOIA, IL SALTO IN C1”

VEROLI – Ha aperto la prima serata del Festival Nazionale dello Sport organizzato magistralmente dalle associazioni culturali ‘Tutti i colori del libro’ e ‘IndieGesta’ nell’incantevole scenario di una Veroli intrisa di cultura. Il presidente del Frosinone, Maurizio Stirpe, intervistato dal giornalista Marco Bellinazzo de Il Sole 24 Ore in piazza Santa Salome, gremita di appassionati e tanti tifosi. Catturati dalle parole del Presidente, dalle domande del giornalista ed anche, perché no, da una gradevolissima frescura. Un’ora di domande e risposte, apertura e chiusura di Paolo Sellari nella sua veste di tifoso-sponsor-moderatore. Maurizio Stirpe, incalzato da Bellinazzo, giornalista-scrittore tra i massimi esperti in Italia di Sport-economy, ha toccato tutti i temi del calcio moderno ed ha parlato del Frosinone, della scelta di partenza («fu mio padre a volere me ed altri colleghi imprenditori vicini elle sorti del club…»), ha spiegato perché per lui oltre il Frosinone c’è solo il… Frosinone («non potrò mai fare il presidente altrove perché qui c’è il lavoro quotidiano di riscatto della nostra terra»).

C’è un imprenditore che opera nel calcio che qualche tempo fa ha detto che il Frosinone era troppo piccolo per stare in A… Presidente Stirpe, lei è una persona molto ambiziosa: non è per caso che sta già pensando di tornare in serie A?

«Innanzitutto il mio saluto va alle persone che hanno avuto la pazienza di venire ad ascoltarmi. Questo è uno dei luoghi dove meglio si può capire il significato della Ciociaria. Ho avuto modo in settimana di salutare Aurelio De Laurentiis, una persona che nel calcio italiano ha fatto bene. Ricordate cosa era il Napoli quando lo ha preso, guardate il Napoli di oggi: sono due cose diverse. Poi lui ogni tanto si fa prendere dalla sindrome di Napoleone, ma non riguarda solo lui. Sono molti i Presidenti che nella parte sinistra della classifica hanno questa sindrome. La visione di De Laurentiis, nell’ambito professionistico che viviamo, parte dal presupposto che bisogna avere dei ricavi elevati in grado di sostenere quei costi necessari a mantenere uno spettacolo di una certa dimensione. Ma se tutto questo è vero lo dobbiamo limitare alle grandi realtà del nostro calcio. Dimenticando che il punto di partenza del calcio è una competizione nella quale i più puri sperano che avvenga sempre alla pari e che alla fine non deve perdere un connotato, quella della imprevedibilità. Anche a formazioni come al Frosinone deve essere dato il diritto di competere. Ecco perché De Laurentiis non mi trova concorde con questa visione. In un calcio dove non esistano retrocessioni, non credo che avremo la possibilità di catturare l’attenzione dei tifosi allo stesso modo».

Il dibattito sulla SuperChampions: che senso ha il calcio visto da Frosinone e cioè il calcio visto dalla provincia italiana?

«Il futuro del calcio dipende dall’interesse e dalla passione dei tifosi. Se i tifosi andranno verso quel modello di business, allora si andrà inevitabilmente verso quella direzione. Ma se invece, come penso, il calcio deve essere un movimento popolare, non potrà mai perdere quel connotato che ha oggi. E cioè di dare la possibilità a chiunque di poter cullare un’ambizione. Ci si dimentica che il vero motore sono i tifosi. Analizziamo i numeri di Sky di quest’anno: è bastata solo una frammentazione tra piattaforme televisive per determinare un calo. Eppure la Web tv è il futuro. Ma se non si riescono a far sedimentare queste innovazioni, tutto il giocattolo rischia di sfuggire di mano. Io sono contrario al fatto di ridurre il calcio alle partite di elite. Abbiamo la missione di catturare la passione, il tifo».

Lei nel 2003 ha rilevato il Club. Solo per una sorta di rispetto nei confronti di una tradizione familiare? Perché ha preso il Frosinone?

«Mio padre spinse me ed altri miei colleghi ad interessarsi del nostro territorio nel quale, da quando sono terminati gli incentivi della Cassa del Mezzogiorno, è iniziato il declino. Il calcio era uno degli aspetti legati al rilancio. C’era un movimento che voleva far riscattare questo territorio partendo dallo Sport e dal turismo, dalla conoscenza della Ciociaria. Il traino è sempre la passione, mio padre e mio zio furono gli artefici della prima grande promozione del Frosinone in serie C nel 1965-’66. In quegli anni era come passare dalla C alla B. Tornando al nostro impegno, è partito da una considerazione: far parlar bene del nostro territorio. Man mano il gruppo però si è sfilacciato, per cui alla fine sono rimasto da solo. In un momento difficile, dopo il terzo anno di B. Quando la A affamò la categoria, in quel periodo le risorse erano zero o quasi. Ma la cosa curiosa è che, oggi, quelli che si scagliano nei confronti della SuperChampions sono gli stessi che hanno affamato la serie B. Ho detto loro: chi di spada ferisce è giusto che di spada perisca. Per questo motivo non sono andato alla riunione di Madrid. Dissi ai ‘caporioni’: prima restituite i soldi alla serie B che gli dovete. Perché c’è un dettaglio: quando nel 2009 ci fu la separazione tra la A e la B, i dirigenti della A firmarono un documento nel quale si sottoscriveva che alla B sarebbe dovuto andare il 7.5% delle risorse a prescindere dai criteri contenuti nella legge Melandri che prevedevano di arrivare ad un massimo del 6%. Di quei soldi non si è mai visto nulla. Ed ho convinto il presidente della Lega di B, Balata, di chiederli indietro e fare causa. Vedete cosa succede ogni volta che si deve procedere alla iscrizione dei campionati: un mal di pancia incredibile. Una roulette dove si parte in 20 ma non si sa in quanti si arriverà. Il 24 giugno scadono i termini. Saranno fino a quella data, giornate bibliche. Dovremo rispettare nuovi parametri, molto più severi. E vi assicuro che non è così scontato che quelli che oggi sono i compagni di viaggio, li ritroveremo».

Ci ha spiegato un modello che non funziona. Con perdite innegabili tra B e C. In contrasto con il suo modello di calcio applicato nel Frosinone. Lei in pochi anni ha messo in atto i due interventi fondamentali: uno stadio e un Centro Sportivo, due assets di qualità. Per lei questi due interventi hanno anche un altro tipo di risvolto: cosa ha provato quando per la prima volta è entrato nello stadio ‘Benito Stirpe’?

«Certamente è stata una grandissima emozione e il punto di arrivo di un processo iniziato tanti anni prima. Noi dobbiamo partire da una considerazione: perché gli stadi non si fanno in Italia. Mentre negli altri posti lo stadio è il luogo nel quale la Società deve svolgere la sua attività tipica, in Italia si realizzano per fare business e speculazioni. La differenza è quella. Vediamo le poche realtà in Italia: la Juve lo ha fatto con lo spirito di un Club che voleva dare una casa ai propri tifosi. L’Udinese ha fatto la stessa cosa, grazie alla lungimiranza della famiglia Pozzo. Sassuolo è stata una circostanza fortunata che ha avuto il presidente Squinzi, che acquistò lo Stadio ‘Giglio’ di Reggio Emilia a pochissimi soldi. Il quarto esempio è il nostro. Lo stadio lo hanno fatto club che volevano sviluppare il calcio. I problemi ci sono stati, è innegabile, sulla rotta della realizzazione ed anche successivamente ma in quel caso bisogna lavorare in silenzio e risolverli. Probabilmente ancora c’è uno strascico, con la famosa strada dei tifosi e con l’anello attorno allo stadio che vorrei donare alla collettività. Volevamo fare il Frosinone Village. Ancora si potrebbe fare molto ma purtroppo non riusciamo perché su quelle opere converge la sintesi di troppe inefficienze che attanagliano il nostro Paese. E non è un problema di soldi. L’Italia è un Paese dove è difficile fare le cose anche quando ci sono i soldi. Quanto all’emozione, è stata grande: quando sono entrato, lo Stadio era la fine di un ciclo.  Iniziato quando ho messo piede per la prima volta al Matusa: l’erba era alta 80 cm e l’impianto era in una condizione abbandono. E allora quella sera che entrai nell’attuale Stadio ho sentito come una sorta di piccola gratificazione. Ci abbiamo messo magari 10 anni in più ma hai l’idea di aver fatto un passo importante».

Parlando di conti e di modello di sviluppo,  lei ha fatto riferimento ad alcune realtà all’estero dove il problema delle redistribuzione delle risorse tra i club è differente. Dove c’è un principio che permette di aumentare il livello di contendibilità. Il modello in Europa è la Premier, diventato il campionato più ricco. Dove la prima prende al massimo 1,2 volte di quello che incassa l’ultima. In Italia si parla di altra redistribuzione. Che tipo di calcio vogliamo in Italia?

«Noi abbiamo cerato un sistema nel quale il ricco diventa più ricco e il povero sempre più povero. Ci sono squadre che, promosse in B, hanno anche l’energia di fare il doppio salto in un anno. Quel criterio consente anche all’ultima arrivata di andare subito dopo in A. La stessa cosa non accade dalla B alla A. Il Verona che vinse il campionato nel 1984 è stata l’ultima squadra di provincia a farlo, sono passati 35 anni. E c’era in criterio di ripartizione diverso. Oggi la Juve ne ha vinti 8 di fila e la competizione finisce ampiamente prima. Il Frosinone in A? Prende 30 milioni ma 3 li deve dare alla B, il 10% delle risorse. Quando il rapporto con la Premier è di 1.38, allora è facile che là il Leicester vinca il campionato. E’ possibile che l’Huddersfield abbia gli stessi introiti da diritti tv del Napoli in Italia. La ripartizione non deve essere fatta in base ai bacini di utenza ma in funzione della necessità di mantenere standard di competitività elevati. Anche Urbano Cairo non eccelle in questa visione del calcio. Le tre Leghe professionistiche in Italia sono a compartimenti stagni, non legate da un profilo di missione e visione comuni. E’ un ‘mors tua, vita mea’ continuo. Io non capisco perché delle Società debbano sempre guadagnare dei soldi e il Frosinone debba sempre rimetterli. Secondo quale logica feudale i tifosi del Frosinone non debbono avere gli stessi diritti di quelli del Cagliari? Se non partiamo da questo ragionamento ci troveremo sempre la Juve che vince il campionato, il Napoli che arriva secondo, le milanesi in funzione di quanti soldi mettono. E il tasso di mortalità di quelle che salgono in A sarà sempre di due su tre. Il messaggio che vorrei lanciare ai tifosi è questo: il primo ad essere dispiaciuto per la retrocessione è il sottoscritto. Rispetto alla prima volta di soldi ne abbiamo messi an che di più, probabilmente non li abbiamo saputo spendere bene. Però ogni qual volta noi iniziamo un campionato, bisogna pensare anche alla forza ed all’energia per affrontare il successivo. In queste tre settimane la mia più grande preoccupazione è quella di fare in modo che il Frosinone risponda alle nuove norme per l’iscrizione. E non è una passeggiata di salute. Vi posso dire che siamo pronti. Adesso ci divertiamo anche a fare altre cose».

Ci chiedono di fare da intermediario su chi sarà il nuovo allenatore del Frosinone.

«Ci siamo presi un po’ di tempo. Abbiamo resettato una settimana dopo il termine del campionato. Abbiamo deciso di non proseguire con Baroni. Ho quindi pregato i miei collaboratori di procedere con cautela, riflettere bene e trovare un profilo coerente con i programmi del Frosinone. Il tecnico che viene al Frosinone deve amare il Frosinone e non i soldi del Frosinone. Entro il 19 lo annunceremo. Dopodiché andremo a muoverci sul mercato con lui. Consapevoli che il Centro Sportivo e lo Stadio quasi quasi ci condizionano: non potremo mai presentarci e dire ai nostri tifosi che ci dobbiamo salvare. Ma allo stesso tempo si combatterà per obiettivi ambiziosi, consapevoli che la serie A non spetta di diritto al Frosinone. Ma solo se si creano le condizioni giuste per poterla raggiungere e poterci stare comodamente. Con energia e passione da recuperare per far stare più in alto possibile il Frosinone».

Il finale torna a Paolo Sellari. Che pone due domande a Stirpe.

Il titolo di questo festival è Calcio e Terra. Il presidente Stirpe come vede possibile portare avanti un modello di calcio territoriale?

«Non sono un professionista del calcio. Se uno mi dicesse di andare a fare il presidente altrove non ci andrei. Io ho fatto il calcio perché sono un uomo di questa terra e volevo che si parlasse bene della mia terra. Far emergere le cose positive che sono tante rispetto a quelle negative. Ma bisogna credere in se stessi».

Abbiamo avuto modo di osservare le sue emozioni. Quali i rimpianti da presidente? Quale l’episodio che l’ha gratificata al massimo?

«Rimpianti ce ne possono stare tanti: ad esempio come abbiamo iniziato la scorsa stagione sportiva, partendo dalla partita pareggiata col Foggia. Un altro rimpianto su quest’anno, il fatto di non essere stati capaci di giocarci bene le carte che avevamo in mano. Per cui c’è tanto demerito da parte mia e da parte dei miei più stretti collaboratori. La più grande soddisfazione per me rimane la promozione dalla serie C2 alla serie C1, avvenne in un contesto ambientale molto imprevedibile. Sono queste le cose che ti fanno amare il calcio».

E il presidente, forse in pochi se ne sono accorti, si è emozionato per un attimo. Quel 9 maggio 2004 la pietra miliare del Frosinone di oggi. Tra serie B, serie A, emozioni, gioie, dolori e tante cose ancora da realizzare.

Giovanni Lanzi

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